“Gli eventi, tutti gli eventi, sono repliche e doppioni di falsi originali”

di Fabrizio Ottaviani

[Questo articolo è apparso nel quotidiano Il Giornale domenica 24 gennaio 2021. L’articolo in pdf].

Delle pagine di Giulio Mozzi si può dire quel che si diceva dei discorsi di Pericle, il tiranno di Atene, e cioè che sono come la puntura delle api: lasciano nella mente dell’ascoltatore un pungiglione.

Si tratti di un racconto (come il celebre Questo è il giardino), dei toccanti versi de Il culto dei morti nell’Italia contemporanea o degli sketch surreali di Sono l’ultimo a scendere, si resta sempre colpiti dalla persistente inquietudine che causano; caratteristica confermata dal recente Le ripetizioni (Marsilio) nel quale Mozzi, che pure è stato uno dei primi a tenere corsi di scrittura creativa in Italia, disciplina alla quale ha contribuito redigendo manuali di successo, si cimenta per la prima volta, da autore, con il genere del romanzo.

Le ripetizioni si presenta come un volume labirintico e agglutinante dominato dal numero più sinistro e ricattatorio di tutti, il due. Mario, il protagonista, fa lo scrittore, vive a Padova e sta per sposarsi quando viene raggiunto dalla più letteraria delle illuminazioni. Durante una passeggiata nel giardino di Boboli, a Firenze, l’odore di bosso delle siepi lo trasporta in un’altra scena, infantile e remota: quella del parco della cittadina in cui è cresciuto, San Daniele del Friuli. Il problema è che a differenza del narratore della Ricerca di Proust, in cui la memoria involontaria prelude a una restituzione, Mario si ritrova fra le mani un assegno in bianco: il viaggio a San Daniele e il breve interrogatorio cui sottopone l’ottantenne giardiniere comunale gli assicurano che in quel parco non è mai cresciuta una pianta di bosso. Il che non toglie che l’intera esistenza di Mario sia basata su quel ricordo campato in aria. All’inizio, il tentativo di tamponare una simile falla consisterà nell’accettarne il potere liberatorio: essa consente infatti l’accesso «a una storia priva dell’attributo della realtà, ma dotata di quello della verità». Gli eventi, tutti gli eventi, sono repliche e doppioni di falsi originali, ma questo non ha niente di scandaloso né riduce il loro valore. La vita è fatta di tracce, ricordi, ripetizioni; scimmiottamenti di qualcosa che non c’è mai stato se non come illusione o dolore all’arto fantasma, per usare l’immagine avanzata da Mozzi nelle ultime pagine del romanzo.

Questa scoperta, che è la scoperta dell’infondatezza dell’esistenza, rischiara una quantità di episodi. Una donna si reca da un fotografo dopo l’orario di chiusura perché ha bisogno di una fototessera e quello, non avendo tempo, le consegna la foto mai ritirata di un’altra donna, a lei somigliante. Il sesso nella sala da bagno con il futuro marito è la versione attenuata del sesso sadomasochistico con l’amante; l’immagine scattata al protagonista da un artista famoso alla Biennale di Venezia di tanti anni prima deve essere a sua volta fotografata, ma questo precipitare, in un vortice discensivo (dal Paradiso a cosa?) di copie di copie di copie, all’infinito, non ha niente di intollerabile; rassomiglia, piuttosto, alla scusabile idolatria dell’uomo che un giorno si fabbrica un Dio: «Era una scatola di legno, forse la scatola di una bottiglia di spumante. Ci aveva messo dentro un po’ di terra, dei sassi, dei legnetti. Forse delle lampadine. E quella scatola per lui era Dio. La teneva sotto il letto, ogni tanto la tirava fuori e pregava». Tutto risolto, dunque; a meno che…

A meno che non vi siano alcuni eventi (la nascita, la morte, la sofferenza ingiustamente inflitta) che fanno saltare in aria il teorema di una riduzione dell’universo a segno, cifra, grafema. Del resto, non è da ieri che i filosofi aprono la porta alla realtà per buttarla fuori di casa. E ogni volta la realtà rientra dalla finestra.

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