“Una scrittura-carne”

di Paolo Nelli

[Questa recensione mi è stata inviata privatamente, con permesso di pubblicazione, dall’amico Paolo Nelli].

Nella seconda metà anni Novanta, dopo essere andato a conoscerlo a una presentazione di La felicitàterrena, mi incontravo spesso con Giulio Mozzi a parlare di scrittura. Un giorno mi disse che stava provando a scrivere un romanzo e mi diede le pagine che aveva scritto. In quelle pagine si arrivava presto a scene estreme di sesso perverso, cani sgozzati. Ricordo che gli dissi che non erano pagine facili da leggere.

La scrittura dei racconti di Mozzi, forse ancor più in Questo è il giardino, era scrittura-carne. Scrittura tangibile. In questa scrittura piana e di totale concretezza, i suoi racconti si sviluppavano esaurendo. Nulla si poteva aggiungere. Nel romanzo Le ripetizioni la scrittura viene svuotata da ogni forma di decorazione stilistica e, in quanto tale, stilistica all’eccesso. Una scrittura coerente fino al paradigma tanto da diventare ipnotica e fare perdere il senso della durata. Per giocare alle analogie, qualcosa che rimanda a una Sequenza di Berio, fatta però di parole e frasi. In Le ripetizioni assistiamo all’apice di connubio scrittura e contenuto. Si assimilano, si specchiano. Il protagonista del romanzo, Mario, è un uomo svuotato. Nella scrittura non c’è alcun accorgimento da effetto seppia cinematografico che mi indichi, a me lettore, una dimensione differente tra realtà e immaginazione, tra interiorità e esteriorità.

Giulio Mozzi si è sempre definito scrittore cattolico. Le ripetizioni è un libro che in anni passati sarebbe stato messo all’indice, sarebbe stato portato in tribunale per oscenità, come successe a Pasolini e a Busi, per Sodomie in corpo 11. Ed è un libro cattolico proprio in quel senso lì, di ossessione per il corpo. Le ripetizioni è cattolico come lo sono le raffigurazioni di San Lorenzo sdraiato sulla graticola, dove l’unica dimensione spirituale, se c’è, è nel rimando che, per una possibile salvezza, la carne deve bruciare. Ecco, in Le ripetizioni quel rimando è totalmente assente. Non c’è metafora, rimangono solo carne e graticola. Le ripetizioni è il San Bartolomeo del duomo di Milano, preso per quel che abbiamo di fronte, corpo scuoiato, carne esposta, privata di una qualsiasi forma di consolazione devozionale. Le ripetizioni è un libro talmente compatto che, se anche ci provo, non riesco a trovarci neppure uno spiraglio da cui passi una qualche luce di speranza. Di angeli ne è piena la letteratura, quelli di Giulio Mozzi, anche loro, sono fatti di carne. Anche Márquez fece cadere un angelo nel pollaio e le penne si confondevano con quelle delle galline. Nel racconto Tana di Questo è il giardino, le ali dell’angelo di Mozzi sono fatte di lingue che si estroflettono all’unisono creando un’onda fatta di carne e, per me, dopo quella lettura, altri angeli possibili non ce ne sono più stati.

Dedicato al corpo, a metà del romanzo, quasi a farne da perno, c’è un qualcosa tra l’ode e la filastrocca titolata La storia del corpo. “Che non conosco” … “io rinnego”. In ordine il primo e l’ultimo verso.

Mario e Viola, la fidanzata, hanno deciso di sposarsi. Insieme sembrano avere un’intimità che, finalmente, contiene anche la tenerezza. Ma il sesso diventa presto una ripetizione dove sì, la scrittura questa volta ci inganna, per poche righe, intenerendosi e intenerendoci, la prima volta che questa intimità viene raccontata. Subito, nella reiterazione all’eccesso, i due promessi sposi non sembrano essere altro che due corpi che si svegliano scopano vengono e tornano a dormire finché si
svegliano di nuovo e scopano di nuovo e vengono di nuovo e tornano a dormire. Mario non sa, o se ne frega di saperlo, che lei il giovedì diventa corpo bendato legato e usato da uomini che lei neppure conosce. Viola non sa, o se ne frega di saperlo, che lui è totalmente succube di un giovane con il quale e per il quale fa qualsiasi cosa.

Sesso perverso e cani sgozzati ci sono ancora, ma adesso le scene sono in un romanzo compiuto, calibrato. Neppure venticinque anni dopo sono state, per me, scene facili da leggere ma, ora che il romanzo è fatto, sono scene di passaggio, che, non bastasse, vanno verso il peggio. Il baratro della normalità di Mario, uomo senza profondità, è ancora più profondo.

Le ripetizioni è un romanzo metaletterario, è un romanzo che fa implodere l’autofiction, è un romanzo per gente che vive di romanzi, è romanzo che dovrebbe vincere premi, è un romanzo che… ognuno vedrà e scriverà quanto crede, come deve avvenire nella letteratura. Per me, la totale immanenza nell’immanenza, sola negativa, è l’aspetto più deflagrante che dovrebbe rendere illeggibile il romanzo. Invece lo rende unico e, per quanto mi riguarda, senza eguali.

[Paolo Nelli ha pubblicato La fabbrica di paraurti, DeriveApprodi 1999; Justin, Portofranco 2001; Dialogo sull’amore?, Sironi 2002; Mio marito Francesca, Sironi 2004; Il naufragio della Querina, Nutrimenti 2007: Golden Boot, Fazi 2012; Trattato di economia affettiva, La nave di Teseo 2018; Il terzo giorno, La nave di Teseo 2020].

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