“La lingua di Mozzi penetra, scortica, fa un male terribile”

di Davide Turrini e Ilaria Mauri

[Questo articolo è apparso ne Il fatto quotidiano il 7 febbraio 2021. Leggi l’originale].

Un tizio di nome Mario. Un 17 giugno che si ripresenta sfuggente e ostinato ogni poche pagine del racconto. Una Padova zeppa e brulicante fondaco (ma anche Roma e Firenze), e i lunghi, articolati stralci di sensazioni, azioni, dialoghi accaduti nel passato che riemergono tra reale e immaginario alla mente del protagonista. Le ripetizioni di Giulio Mozzi (Marsilio) è romanzo scandaglio, inquieto, voluttuoso, e perfino sadicamente violento con un “personaggio-io” autobiograficamente proustiano. Torsione letteraria ardita, finemente calibrata, viaggio impossibile al termine dell’inconscio, in bilico per una trentina di pagine sull’autocompiacimento formale e poi immersa in una ipnotizzante manipolazione psicologica del lettore. I capitoli si dividono tra personaggi (spesso ex fidanzate e compagne di Mario) e temi (le fototessere, i viaggi in treno, ecc… di Mario) che contengono fili carsici ricorrenti del protagonista come la sessualità, la fotografia, i libri. Nulla accade nell’esistenza di Mario che abbia un vero senso, una direzione narrativa classica, un movimento in avanti nel tempo. Tutto è fagocitato nella statizzazione, ça va sans dire, e del ripetersi del possibile ricordo. L’intelaiatura intermittente (personaggi e temi hanno una numerazione progressiva e rimescolata) fa sprigionare così il desiderio, l’(an)affettività pulsante, oscura, vivida di Mario (e coprotagoniste donne). Pagina dopo pagina il romanzo va oltre l’apparente disegno grottesco (l’intermezzo sublime sul generale Cadorna) a favore dello stagliarsi graduale di un’autoanalisi urticante, angosciante, senza appello. Divagazioni su divagazioni, subordinate su subordinate e all’improvviso scene fulminanti tra sedute di bdsm e doppie vite taciute senza lasciare appigli, la lingua di Mozzi penetra, scortica, fa un male terribile. “L’importante non è la letteratura, l’importante è la vita – e il coraggio”. Voto (straniante): 8

“Un capolavoro che narra le vite che non evolvono”

di Tina Guiducci

[Questo articolo è apparso nella Gazzetta di Mantova il 29 gennaio 2021. L’articolo in pdf].

I personaggi del romanzo hanno straordinarie capacità ma volutamente si opacizzano come pure i fatti narrati tornano a un binario morto. Giulio Mozzi arriva a pubblicare il suo primo romanzo dopo 23 anni di lavoro, numerose raccolte di racconti, una brillante carriera di consulente editoriale, almeno un paio di generazioni di aspiranti scrittori indirizzati verso la loro passione. Cosa aspettarsi, quindi? Né più né meno un capolavoro, e Le ripetizioni lo sono. La poetica di Mozzi si palesa dalla prima pagina, dove par che dica al lettore: sei un prescelto, preparati a riconoscere citazioni e rimandi dei miei autori più amati, preparati a una storia che comincia molto dopo il primo capitolo, a incontrare personaggi che hanno uno straordinario potenziale (si potrebbe far una collana di romanzi per ciascuno di loro) ma che non evolvono anzi, più ne racconto più si opacizzano, i loro tratti si mescolano; infine troverai un menù così speziato che i vecchi racconti “cannibali”, in cui sangue, sesso, paura e violenza finivano in un gran bollito splatter, qui ritornano e paiono per un attimo di nuovo veri (come ai tempi sembravano).

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“Gli eventi, tutti gli eventi, sono repliche e doppioni di falsi originali”

di Fabrizio Ottaviani

[Questo articolo è apparso nel quotidiano Il Giornale domenica 24 gennaio 2021. L’articolo in pdf].

Delle pagine di Giulio Mozzi si può dire quel che si diceva dei discorsi di Pericle, il tiranno di Atene, e cioè che sono come la puntura delle api: lasciano nella mente dell’ascoltatore un pungiglione.

Si tratti di un racconto (come il celebre Questo è il giardino), dei toccanti versi de Il culto dei morti nell’Italia contemporanea o degli sketch surreali di Sono l’ultimo a scendere, si resta sempre colpiti dalla persistente inquietudine che causano; caratteristica confermata dal recente Le ripetizioni (Marsilio) nel quale Mozzi, che pure è stato uno dei primi a tenere corsi di scrittura creativa in Italia, disciplina alla quale ha contribuito redigendo manuali di successo, si cimenta per la prima volta, da autore, con il genere del romanzo.

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Alberto Savinio, Oggetti nella foresta, 1928

Diario di scrittura

di Giulio Mozzi

[Questo articolo è apparso in Tuttolibri, supplemento del quotidiano La Stampa, nella rubrica Diario di scrittura, sabato 16 gennaio 2021. L’articolo in pdf].

Immaginate di avere una visione. Capita a tutti, suppongo. La maggior parte delle visioni che abbiamo si disperdono alla svelta; qualcuna resta. Immaginate dunque di avere una visione, che resti, e che vi faccia orrore. Vi fa orrore due volte: perché la cosa che c’è dentro vi fa orrore, e perché vi fa orrore pensare che voi, proprio voi, avete avuta quella visione lì.
Non vi dirò qui di quale visione si tratta: perché i finali, mi si dice, non si svelano.

Claudio Laudani, Discorso attorno a un sentimento nascente

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Immaginate poi di avere un amico pittore e di andare a trovarlo ogni tanto, nel bilocale dove vive, e di ogni tanto sedervi a guardarlo dipingere. L’amico potrebbe chiamarsi Claudio Laudani, per esempio, ed essere un vero pittore: forse non un grande pittore, ma sicuramente un vero pittore. E immaginate – fate ancora uno sforzo, vi prego – che un giorno l’amico, lavorando su una tavola di compensato con la tecnica del dripping, ovvero dello sgocciolamento, riesca – e voi non capirete mai come: «Con l’aiuto del caso», dice lui, ma non è possibile che il caso gli regali sistematicamente dei quadri così belli – a far uscire da un fondo scurissimo, quasi nero, una figura luminosa, dorata, aranciata: una figura che nasce, una specie di Venere del Botticelli, un qualcosa a metà tra un feto e un corpo di invalido, una figura piena di una sua stranissima e deforme ma vivissima vita.

E immaginate infine – questa è l’ultima immaginazione che vi chiedo, poi basta – di passare vent’anni della vostra vita a cercar di connettere la vostra visione, quella che vi fa tanto orrore, e la visione dell’amico. Entrambe sono vive in voi, una generata da voi, una da voi per così dire riconosciuta e accettata mentre l’amico la dipingeva.

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“Mario entra ed esce dalle vite che lo compongono”

di Edoardo Zambelli

[La rivista Satisfiction ha pubblicato oggi un’anteprima del romanzo Le ripetizioni, con una nota dello scrittore Edoardo Zambelli].

Edoardo ZambelliAl centro de Il giardino dei sentieri che si biforcano, celebre racconto di Jorge Luis Borges, c’è un libro confuso, apparentemente insensato. Un libro che è un labirinto: di un evento contiene dentro di sé ogni possibile svolta, ogni ramificazione, tenta di espandersi all’infinito. Quando penso a Le ripetizioni, il primo romanzo di Giulio Mozzi in uscita oggi per Marsilio e di cui Satisfiction presenta un estratto in anteprima, mi viene in mente il libro inventato da Borges. Fortunatamente quello di Mozzi non possiede un’ambizione tanto esagerata e totale – e non è né insensato né confuso -, ma è comunque costruito, almeno in parte, su una suggestione simile, un meccanismo di moltiplicazione.

Le ripetizioni racconta la storia di Mario e delle relazioni di cui la sua vita è fatta. Parlare di una sola vita, però, è forse riduttivo. Si può affermare che Mario di vite ne ha più di una, esiste in modo diverso per ognuno dei personaggi che gli gravitano attorno. C’è Viola, la donna che forse sposerà; c’è Bianca, la donna tormentata da cui ha avuto una figlia, Agnese; c’è Santiago, il giovane che lo coinvolge in pratiche sessuali estreme; c’è il Gas (il Grande Artista Sconosciuto). E ancora altre presenze fanno capolino qui e là nel corso della narrazione.

È un uomo che si insegue dentro se stesso, Mario, entra ed esce dalle vite che lo compongono, le confonde, ci si perde. Come spesso accade con le narrazioni di Mozzi, anche qui ci si muove in bilico tra dolcezza e orrore, tra la ricerca di un’idea di salvezza e la tentazione del Male.

Il racconto si regge su un montaggio che queste storie le intreccia, delle volte le ripete variandole, lasciando il lettore indeciso su quale prendere per vera e quale dire semplicemente immaginata. Mozzi ha costruito una macchina narrativa estremamente complessa ma di altissima leggibilità. Pur trattandosi di un romanzo privo di attributi “romanzeschi” (nessuna avventura, nessun grande rivolgimento di trama, nessun colpo di scena), lo percorre una tensione che non si esaurisce mai, che tira via le pagine una dietro l’altra. Si legge, come si usa dire, d’un fiato.

Nell’arco di una carriera quasi trentennale, Giulio Mozzi ha scritto e pubblicato una gran quantità di libri: raccolte di racconti, libri di poesia, saggi di didattica della scrittura. Mancava giusto un romanzo e adesso, finalmente, lo ha scritto. Le ripetizioni è un’opera importante, una di quelle che resteranno.

L’anteprima si può leggere qui.

“Un uomo che inventa storie e modifica la realtà”

di Francesca Visentin

[Questo articolo è apparso nel Corriere veneto, dorso regionale del Corriere della sera, il 12 gennaio 2021. L’articolo in pdf. Qui sopra, un’opera di Nigel Van Wieck].

Realtà e sogno, verità e finzione, mentre la storia, le storie, si ripetono. C’è un viaggio onirico su più piani, nel nuovo libro dello scrittore padovano Giulio Mozzi Le ripetizioni (Marsilio, 360 pagine, 17 euro), in libreria da giovedì. È il primo romanzo di Mozzi, dopo una lunga serie di raccolte di racconti. «Un testamento», l’ha definito lui. «L’opera della vita». Denso di storie, incontri, cronaca, dubbi, sesso, il racconto parte con una scrittura barocca fitta di incisi e periodi lunghi, che poi diventa più asciutta, capitolo dopo capitolo, con l’incalzare della narrazione. Il protagonista è Mario, che all’inizio si trova a Firenze per lavoro, anche se è di Padova. «Lui come tutti sanno è di Padova; e da Padova, come ancora tutti sanno, pur avendone avute numerose occasioni, sia professionali che sentimentali, e talvolta pure il desiderio, non si era mai distaccato, e si era ritrovato ad avere, come succede a chi lavora andando in giro, o per lavoro va in giro, un paio d’ore libere».

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Egon Schiele, La fanciulla e la morte

“Eros e Thanatos diventano tessuto e corpo”

di Massimiliano Nuzzolo

[Questo articolo è apparso nel quotidiano Il Gazzettino martedì 12 gennaio 2021. L’articolo in pdf. Qui sopra: Egon Schiele, La fanciulla e la morte].

Le ripetizioni, primo attesissimo romanzo di Giulio Mozzi, tra i più significativi autori delle nostre terre. Docente di scrittura creativa, autore di raccolte di racconti esemplari come il suo esordio Questo è il giardino (pubblicato da Mondadori, recentemente riproposto da Laurana editore) [in realtà pubblicato da Theoria nel 1993, ripreso nel 1998 da Mondadori negli Oscar, ristampato nel 2005 da Sironi, ndr], indefesso sperimentatore, talent-scout a cui si deve la scoperta di numerosi autori per svariate case editrici da Sironi a Einaudi, si misura per la prima volta nella sua storia letteraria con la forma romanzo. Le ripetizioni è un romanzo lungo, lo stesso autore pare avvertirci durante un viaggio in treno in cui legge un libro di Murakami: racconta di preferire i romanzi lunghi in cui è riportato ogni particolare di una vita.

Ricerca personale. Narra la storia di Mario, scrittore che sembra essere o essere stato l’alter ego dell’autore padovano – sembra perché è bene precisare che da sempre a Mozzi nei suoi testi piace giocare con la realtà e con la verità – e qui raggiunge l’apice del gioco o dell’esercizio stilistico che dir si voglia, procede per accumulazione, per accostamento di storie, a passo lentissimo, ripetizioni, in una “madeleine” continua, partendo dalle date, raccontando vite di personaggi che spesso si rivelano più di una e per nulla normali, esistenze abissalmente opposte tra loro, e ci mette in guardia già con La storia del bosso in apertura: i ricordi sono a volte fallaci ma ci fanno vivere/rivivere emozioni ed esperienze che sono a tutti gli effetti vere.

Il codice letterario. Tra le pagine si incontrano costanti ripetizioni a partire dai titoli, piccole variazioni, numerose citazioni, luoghi, case, biografie, e quello che sembra essere, considerata la maturità dell’autore, un codice “deontologico” della scrittura, tra pacata ironia e rara compostezza, un vero e proprio “testamento”. Più volte sembrano confluire molte delle situazioni incontrate nelle sue pubblicazioni precedenti, basti pensare ai viaggi in treno di Fantasmi e fughe (Einaudi), le lettere, le riflessioni sul tempo, il dolore (Lucia), le fotografie e altre “ossessioni” ricorrenti per l’autore che qui si fanno schiaccianti. Incontriamo da subito Eros e Thanatos che diventano tessuto e corpo.

Mario, scrittore, amico di Gas, geniale pittore sconosciuto nella cui casa si trova spesso a dialogare di vita e arte, racconta le storie di altri (il terrorista internazionale, il capoufficio, Rosa e i martellatori di monaci) immerso nei ricordi e nelle sensazioni clinicamente riportate, ha una relazione con Viola che sta per sposare. Anche Viola, impiegata, insospettabile, conduce una seconda vita che Mario sembra riuscire programmaticamente a ignorare in nome di una “pax” borghese. Ha un vecchio amore, Bianca, che l’ha lasciato tanti anni prima rivelandogli di aspettare una figlia, Agnese, che potrebbe essere sua; Bianca sembra essere cucita a Mario da un filo invisibile che la fa riapparire sempre più ossessivamente. E Santiago, giovane perversamente legato a Mario, con un pericoloso ascendente su di lui.

Mario racconta le vite altrui, le sue, reali o immaginarie che siano, e racconta pure di un sé a tratti talmente allucinato da trasformarlo in un personaggio di un thriller psicoanalitico o adatto a un testo di Dennis Cooper, esondando dagli argini del romanzo borghese nel quale “Le ripetizioni” sembrano mantenerci con un registro e una lingua magistralmente controllati. Ai lettori l’ardua sentenza.

Giulio Mozzi

“Ho scritto la cronaca del mio immaginario”

di Nicolò Menniti Ippolito

[Questo articololo è apparso nei quotidiani veneti del gruppo Gedi (Mattino di Padova, Tribuna di Treviso, La nuova Venezia, Corriere delle Alpi) martedì 12 gennaio 2021. L’articolo in pdf].

Di anni ce ne sono voluti ventidue, ma alla fine il primo romanzo di Giulio Mozzi è arrivato in libreria. Negli anni Novanta del Novecento lo scrittore padovano è stato uno degli autori italiani più significativi, tanto che proprio un suo racconto chiude il Meridiano dedicato nel 2001 da Enzo Siciliano ai Racconti italiani del Novecento. Dal 2001 Giulio Mozzi ha diradato sempre più la sua attività narrativa, per occuparsi soprattutto dei libri degli altri, finché addirittura due anni fa si era definito un ex scrittore, convinto che il romanzo a cui aveva cominciato a lavorare nel 1998 non avrebbe mai visto la luce. E invece Le ripetizioni (Marsilio, pp 368, 17 euro) sarà da giovedì in libreria.

Mozzi, come mai questo ritorno alla scrittura?

«Non smentisco il sentimento di due anni fa. Mi sentivo in una impasse nella quale non vedevo come avrei potuto muovermi. Poi sono cambiate alcune cose, ci sono state delle persone che mi hanno aiutato e sostenuto e quindi lo scenario è mutato. Alla fine del 2019 ho cominciato a pensare al 2020 come a un anno in cui potevo riprendere molte cose abbandonate da tempo. Avevo la sensazione un po’ di “Giulio Mozzi back in town”».

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De Chirico, Orfeo solitario

“Il Paradiso del Significato è precluso”

di Daniele Giglioli

[Questo articolo di Daniele Giglioli, che ringrazio, è apparso in La lettura, supplemento del Corriere della sera in edicola da ieri. Qui sopra: Orfeo solitario, di Giorgio De Chirico].

«No se capisse cossa ch’i gai», non si capisce cos’hanno, se la ridono Meneghello e il suo amico-maestro Franco, entrambi cospiratori e partigiani, parlando dei filosofi dell’angoscia (Karl Jaspers, Martin Heidegger, forse qualche epigono italiano…). Questa la frase che mi ronza da sempre per la testa quando leggo le opere di Giulio Mozzi. L’assonanza è superficiale: la battuta è detta a Padova, una delle basi operative di Mozzi, il dialetto è veneto, ma tipo umano e personalità stilistica che ci stanno dietro sono diametralmente opposti. Eppure è così. Tanti anni che lo leggo e lo ammiro, la frase è sempre lì. Ma forse d’ora in poi sarà diverso, visto che in Le ripetizioni, primo romanzo dopo alcune memorabili raccolte di racconti, l’autore ci assicura via «Notizia finale» che questa è l’opera della sua vita, «una riepilogazione, un testamento, un addio, vedete voi, forse una profezia». Che sia la volta buona? Che cos’è che ha Mozzi, cosa rode lui e i suoi personaggi, alter ego e no?

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Johann Heinrich Füssli

“Nessuno è esente da una qualche forma di male profondo”

di Piero Melati

[Questo articolo di Piero Melati, che ringrazio, è apparso ne il Venerdì, supplemento del quotidiano la Repubblica, l’8 gennaio 2021. Qui sopra: Convocazione satanica, di Johann Heinrich Füssli].

Il padovano Giulio Mozzi è lo scrittore dei record. Ha appena esordito nel romanzo a “soli” sessant’anni. E l’ha fatto con 355 pagine costate ventidue anni di lavoro. Un libro infinito (e atteso dagli addetti ai lavori). In gestazione già nel 1998, è stato interrotto nel 2002 e poi nel 2018, infine concluso nella primavera del 2020, «in due mesi trascorsi quasi in sogno». In precedenza Mozzi aveva scritto racconti e poesie, ma mai la “grande opera”. Lo conoscono tutti, tra coloro che bazzicano editoria e festival letterari: ha pubblicato con Mondadori e Einaudi, dal 1993 è stato consulente delle principali case editrici e, a sua memoria, ha reso libri «un paio di centinaia» di manoscritti altrui. È considerato uno degli “editor” migliori. Tanti critici hanno scritto su di lui con fervore. Gli allievi della milanese Bottega di narrazione, che dirige dal 2011, si dicono “mozziani” senza vergognarsi, come iniziati a un culto misterico. Ultimamente ha pubblicato per Sonzogno – con buon successo di vendite – due “manuali oracolari” per aspiranti autori e poeti (uno con Laura Pugno), mutuandone i titoli dall’Oràculo dello spagnolo Baltasar Gracián). Sì, avete capito bene: “oracoli” per letterati principianti. Apri una pagina a caso, nel momento del bisogno creativo, e tutto ti verrà svelato. Una provocazione? Ce ne sarebbero altre, ma qui limitiamoci alla più scabrosa: nel suo «romanzo infinito», dal titolo Le ripetizioni (Marsilio), in libreria dal 14 gennaio, Mozzi ci consegna la scena d’orrore più estrema mai scritta, a memoria di molti, in un testo letterario. Siamo dalle parti dei cosiddetti romans-charogne del gotico infernale di fine Settecento, quello caro a Mario Praz. Un vero pugno nello stomaco, dice chi l’ha sbirciato. «Ho fatto leggere le bozze in anteprima ad alcuni amici» rivela l’interessato. E che ne pensano? «C’è chi non esce da tre giorni e chi non riesce ancora a parlarmi. Speriamo bene» sussurra. Un caso spinosissimo.

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