Vita di Mario (raccontata da lui medesimo)

di Franco Foschi

[Questa recensione mi è stata inviata privatamente, con permesso di pubblicazione, dall’amico Franco Foschi].

Chi l’ha detto che le vite, tutte le vite, non possano essere raccontate? Gli storici forse, che campano della frustrazione di non poter scrivere o descrivere tutto quel che è successo e a chi. Ma il narratore. Il narratore ha delle possibilità sconfinate, epperò è solo il narratore bravo che sa esplorarle al meglio. Che sa imbricarle l’una nell’altra, che le moltiplica da un nonnulla, che ci infioretta sopra quel che gli pare – ecco l’infinita, e un po’ spaventosa, libertà di scrivere.

Di storie, Mozzi, ne ha a bizzeffe, e sa come cucinarle. Ci ricorda che la Storia è fatta di storie, e che abbiamo sempre, incessantemente, bisogno di sentirle raccontare. Il problema è come mischiarle e farne un unicum che possa venire definito romanzo.

Come lo ha risolto, Mozzi, questo problema?

Si inizia con una evidente dichiarazione d’intenti: ventuno pagine dense, compatte, senza respiro, con la memoria come ospite invadente e che ti immobilizza. A dire ehi, amico, non credere di trovarti a scorrazzare dentro un romanzo per educande, o fatuo, leggiadro e infine rassicurante: na-na, qui ci si tormenta se necessario, si lambiscono i territori della psichiatria, e si da fastidio, non si rinuncia al grigio e al nero se necessario, non si indugia sul particolare ma si preferisce guardare direttamente giù nell’immensità dell’abisso, se necessario. Del resto Mozzi, nei suoi tanti anni di poca narrativa, ci ha introdotti a fondo ne il male naturale (il titolo è suo), per cui siamo preparati a una visione cupa, ancora una volta se necessario.

A raccontarle, le storie, non si rende loro giustizia. Certo c’è Mario, il narratore onnisciente occultato dietro la terza persona singolare, c’è una donna, c’è l’altra donna con una figlia forse di Mario, ma ci sono anche l’arte e la solitudine, c’è l’essere prima di tutto un figlio, e ci sono la terribilità e l’orrore, personificati nel personaggio di Santiago. Ci sono i tipi simbolicamente realistici, tutti definiti con le maiuscole: Gas, cioè il Grande Artista Sconosciuto, e il Terrorista Internazionale. E soprattutto c’è tantissima paura, ma una paradossale paura quieta e silenziosa, quella paura che Mario stesso definisce la paura dell’animale che considera sé stesso una preda per gli altri animali.

In sostanza, questo è un romanzo intraducibile in una sinossi. È una specie di Commedia Divina dove ogni storia non è nient’altro che l’incontro con uno dei personaggi, e salvo una sola (e terribile) eccezione questi personaggi compongono la grande storia praticamente senza mai incontrarsi, avendo come unico trait d’union Mario.

Quindi che resta da raccontare: resta da raccontare lo stile. Pasolini diceva che la scrittura serve per dare stile al caos. Mai definizione mi è sembrata più azzeccata che nel caso della scrittura di Mozzi – tra l’altro molto pasoliniana, sorella negli episodi di Santiago del Pasolini di Salò. Ma se si fa tanto di superare lo scoglio della elaborazione, la scrittura induce ipnosi, il libro è prismatico, pieno di rifrazioni, e rende la narrazione sinuosa e insinuante. Nella quale ci sta pure quel (apparente?) candore con cui vengono narrate perversioni sessuali, crudeltà incomprensibili, follie misteriose. Per esempio in Santiago scorre l’ombra di de Sade, anche se quello era urlato e Santiago invece è silenzioso: l’ombra dell’anti-morale assoluta, al totale incontrario cioè della morale, e che proprio per questo diventa morale… Estrema, contro natura, come il male necessario.

In sostanza si comprende benissimo come questo sia un lavoro di cesello, frutto di lunghi, lunghissimi anni impiegati a rimodellare il plasma iniziale. Il paradosso è che si tratta di un libro febbrile, e non progressivo, lento, pachidermico: è in realtà inesorabile. Quando lambisce (be’, ogni tanto anche affonda…) nei territori della psichiatria. Quando si lascia tentare dal gioco letterario con le divagazioni, le citazioni riportate pari pari. Quando con straordinaria nonchalance passa nello stesso episodio da un argomento all’altro e lo fa con una naturalezza e una consequenzialità impressionanti. Quando utilizza l’iperbole, definendo un’aiuola delimitata da una siepe di bosso un «mitocondrico labirinto». Tutto, tutto questo è funzione e indirizzo del magma perfettamente organizzato che questo libro è, bello in questa sua maniera terribile. Mario, che è uno scrittore, (alter ego non dichiarato ma riconoscibile a molti, ma attenzione, attenzione a non identificarsi troppo!) a un certo punto dice che «solo se non si trova ciò che si cerca si dà luogo a una storia». Ecco l’impeccabile chiosa a questo libro magma, a questo libro ipnosi, a questo libro paradosso, così tormentato e quieto assieme. Irresistibile, pur se cupo e abissale: ma non voglio concludere questo scritto né col cupore né con l’abisso, piuttosto con forse l’unico spot di solarità che c’è, o comunque l’unico che ho trovato io. Mario dice al Grande Artista Sconosciuto a proposito di un quadro di quest’ultimo: «…c’è un mare di petrolio, un mare mortale, abissale, un mare che inghiotte tutto, eppure da questo mare, almeno una volta, almeno questa volta, è uscita una creatura d’amore».

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