Cronaca di un romanzo, 5

di Giulio Mozzi

A stretto giro Edoardo Zambelli (vedi) rispose. La sua risposta fu semplice. Tu hai dei personaggi che hanno delle storie piuttosto slegate tra loro, mi disse. Prova a dividere il romanzo in parti: una parte con la storia del Gas (di Mario e il Gas), una parte con la storia di Bianca (di Mario e Bianca), una parte con la storia di Santiago (di Mario e Santiago); e poi magari una parte con la storia di tutti gli altri (il Terrorista Internazionale, il Capufficio, il generale Luigi Cadorna, eccetera). Non badare, disse Edoardo, all’ordine cronologico, visto che il tuo personaggio principale, Mario, non fa che tornare sempre sugli stessi errori, visto che vive in una specie di tempo sospeso.
Ascoltai. Eseguii. Stampai tutti gli scartafacci, sparpagliai i fogli sul tavolo della cucina, e comincia a rimescolare. Feci quattro pacchetti di fogli, secondo l’indicazione di Edoardo. Alcuni capitoli dovetti sforbiciarli, perché appartenevano in parte a una e in parte a un’altra storia. Restava fuori, com’era sempre restata fuori, come una cosa a parte, la mezza lettera – che ipoteticamente poteva essere anche indirizzata a Mario, volendo. Misi insieme il tutto, feci dei fogli con i titoli (Storia di Mario e Bianca, Storia di Mario e del Gas, eccetera), e torna in studio a fabbricare un file unico. In cima a ogni capitolo misi un numero progressivo.

Mi fece accorgere Greta, o mi accorsi da me, non mi ricordo più, che in questo modo l’arco narrativo scompariva. O meglio: avrei dovuto costruirne uno per ciascuna parte, per ciascuna storia. Allora feci il passo decisivo: i capitoli con la storia del Gas li titolai Storia del Gas, 1, Storia del Gas, 2, eccetera; quelli di Bianca Storia di Bianca, 1, eccetera. I capitoli in cui c’era Mario da solo si svolgevano tutti in treno (il primo racconto da me scritto in cui il protagonista ideale è Mario, Treni, compreso nel libro Questo è il giardino del 1993, si svolge appunto in treno), e si chiamarono Storia dei viaggi in treno, 1, eccetera. Alcuni capitoli potevano prestarsi a doppie titolazioni: così vennero fuori capitoli come La storia di Bianca, 1 (La storia dei viaggi in treno, 3), e simili.

A quel punto, potevo intrecciare le storie. A voi sembrerà una cosa elementare, anche banale, ma per me fu una vera scoperta. Non so quante volte ho compiuto operazioni simili su romanzi altrui: decine, credo. Tuttavia, lavorare sul proprio romanzo è una cosa completamente diversa. L’ho visto tante volte: ci sono autori lucidissimi su tutto, e sono pochi, e ci sono autori che hanno, per così dire, una lucidità parziale; sono lucidissimi, ma hanno delle zone di cecità. Io per quasi vent’anni non ero stato lucido quasi mai; in quel momento mi sembrò di aver trovato la lucidità.

Il romanzo stava davanti a me, tutte le sue parti – quelle già scritte, quelle da riscrivere, quelle ancora da inventare e da scrivere – stavano davanti a me come disposte in una sorta di Tavola di Mendeleev, o Tavola periodica degli elementi. Ricorderete dalla scuola che quando il buon Dmitrij Ivanovič Mendeleev, nel 1868, pubblicò la sua famosa Tavola periodica degli elementi, non tutti gli elementi (stiamo parlando di chimica) erano conosciuti. L’ipotesi era che gli elementi mancanti dovevano, o almeno potevano esistere. Così io finalmente vedevo tutte le caselle piene e tutte le caselle vuote del romanzo; e nelle caselle vuote, più o meno, intuivo, immaginavo che cosa potesse entrarci. Servivano soprattutto delle caselle per Viola, la donna che Mario sembra intenzionato a sposare, delle caselle per Santiago, del quale si sa ancora troppo poco, eccetera. Ma servivano anche delle caselle per dei momenti di pausa, di estraniamento dalla storia; e serviva una disposizione del tutto (ci furono, potete immaginare, poi, numerosi aggiustamenti e riaggiustamenti) che creasse della tensione – perché il lettore va pur sempre invitato a leggere, va adescato con la famosa domanda: “E poi, che cosa succederà?”.

Come si può notare, non sono solo io a fare il paragone tra una trama e la Tavola di Mendeleev

Nel frattempo, più o meno, non ricordo più se prima o dopo la risistemazione edoardiana, ma credo prima, Chiara Valerio, editor della narrativa italiana in Marsilio, mi chiese di vedere. “Vedere”, come si dice a poker. Di scoprire le carte. Siamo verso la fine del 2019, pressappoco.

* * *

Verso la fine di una storia, si sa, il tempo sembra rallentare. Mi sono sbagliato. Fu il 7 gennaio del 2020 e non alla fine del 2019 che mandai a Chiara Valerio il malloppo, somma dei due scartafacci rimontati secondo il suggerimento di Edoardo Zambelli, ma non ancora rimontati secondo lo schema-Mendeleev. In cima al tutto avevo messo un titolo improvvisato: Fantasmi e ripetizioni (che riprendeva il titolo di un mio libro del 1999: Fantasmi e fughe: ho sempre avuta questa ossessione, di cercar di tenere insieme tutto il mio lavoro). Poi mi dimenticai d’ogni cosa, e mi buttai nella chiusura del libro Oracolo manuale per poete e poeti, che stavo scrivendo con Laura Pugno. Doveva uscire in aprile per Sonzogno (che, per chi non lo sapesse, è un marchio di Marsilio).
Poi, lo sappiamo tutti, arrivò la malattia.

L’11 marzo avrei dovuto incontrare Chiara, e invece (le misure antipandemia erano in vigore da pochi giorni) ci parlammo al telefono. Chiara fu esplicita: se riesci a venirne a capo, mi disse, lo facciamo uscire in gennaio. Io risposi: mi impegno a consegnare per il 30 luglio. Era una data non troppo vicina e non troppo lontana: con una data troppo vicina non ce l’avrei mai fatta, con una data troppo lontana conoscevo il rischio: avrei posticipato e posticipato, e alla fine non avrei fatto nulla.

Il mese di marzo, e soprattutto il mese di aprile, sono per me mesi quasi senza ricordi. Ero spaventato, come tutti. Ero spaventato in generale ed ero spaventato nel mio particolare. Si poneva il problema di campare. Come tutti, con i colleghi della Bottega di narrazione muovemmo i primi passi nel magico mondo del lavoro a distanza. Un paio di corsi saltarono. Riuscimmo a salvare la continuità del laboratorio annuale, iniziato nel novembre precedente. Ci mettemmo un pezzo, a capire come funzionava: un lavoro diverso, con tempi diversi, modi diversi, tutto diverso. Ringrazio le allieve e gli allievi, che hanno avuto pazienza e determinazione. Ora l’attività è riavviata, e mi sento piuttosto tranquillo. Nel mio particolare. Nel generale, ho i timori che tutti hanno.

L’Oracolo uscì in giugno. Durante il mese di maggio, tra un giro di bozze e l’altro – in aprile tutto era taciuto, come in tutta Italia – mi dedicai a un altro libro, che mi ero impegnato a consegnare entro il 30 maggio. Un libro in versi. Me l’aveva chiesto Gian Mario Villalta, che con Valentina Gasparet e Alberto Garlini cura il festival Pordenonelegge (il festival di letteratura più bello d’Italia, secondo me). Una particolarità di Pordenonelegge è l’attenzione alla poesia, e addirittura da qualche anno l’editore Lietocolle pubblica una collana in collaborazione con il festival: detta, dal colore delle copertine, la “collana gialla”. Gian Mario mi aveva chiamato in dicembre 2020, chiedendomi se per caso avevo ancora il vizio di fare versi. Gli avevo detto di sì, mentendo. Eravamo rimasti d’accordo di sentirci a metà gennaio. A metà gennaio avevo effettivamente scritto qualcosa, e così confermai. Il 30 maggio consegnai un libro piuttosto diverso da quello che avevo immaginato di fare: un libro sostanzialmente dedicato ai miei genitori (mia madre è morta nel 2014, mio padre nel 2018). Lo chiamai Il mondo vivente, echeggiando il titolo di un libro che da ragazzo avevo letto e riletto.

Il primo giugno mi misi d’impegno sul romanzo. Nel frattempo – perché ogni tanto, in effetti, al romanzo ci pensavo – avevo trovato il titolo definitivo, quello con il quale oggi – proprio oggi, sì – il romanzo è andato in stampa: Le ripetizioni.

* * *

Ma faccio un passo indietro, probabilmente a ottobre 2019. O forse novembre. Con Greta, che sta cercando di porre rimedio alla mia ignoranza cinematografica, guardo un film. Vi dicono qualcosa, questi versi?

Felice (oh quanto!) è l’innocente ancella
Che dal mondo obblïata, il mondo obblia!
Sereno lume in lei perpetuo splende:
Ne sono i preghi accetti: a suo talento,
Senza fatica ogni desir depone.

No? Be’, sono di Michele Leoni (personaggio a me ignoto: ho fatto tutto con Wikipedia), che nel 1848 tradusse il carme Eloisa to Abelard di Alexander Pope, poeta del Settecento inglese:

How happy is the blameless vestal’s lot!
The world forgetting, by the world forgot.
Eternal sunshine of the spotless mind!
Each pray’r accepted, and each wish resign’d.

Purtroppo il film in questione, anziché intitolarsi in italiano Sereno lume in lei perpetuo splende, che non sarebbe stato male, o almeno Infinita letizia della mente candida, è stato sfregiato con l’infame titolo Se mi lasci ti cancello. Sceneggiatura, premiata con l’Oscar del 2005, di Charlie Kaufman. Dunque guardammo Eternal sunshine of the spotless mind“, e alla fine io scoppiai.

Un’immagine dal film Se mi lasci ti cancello

“Ma quante fisime mi faccio, per nulla?”, dissi. “Questo qui è diventato un film popolare, un film generazionale, un film che hanno visto non decine ma centinaia di migliaia di persone. Ed è un film rispetto al quale quella che sento come ‘complessità’ del mio romanzetto è uno scherzo”. Mi tornarono in mente una riflessione di Gilda Policastro, in occasione dell’uscita del suo romanzo Cella (Marsilio): “…tornando al discorso del moltiplicarsi dei piani e dei livelli, perché lo spettatore medio si ritiene in grado di decodificare un film come ‘Inception’ e un lettore dovrebbe smarrirsi di fronte a Cella?”. E poco prima aveva detto: “Si fa un gran parlare dei diritti del lettore, ma lo si fa sempre al ribasso, come se il lettore andasse inteso quale minus habens cui offrire i supporti per la comprensione. Possiamo pensare ai diritti di un lettore che quando legge un libro sa di dover intraprendere un’impresa non solo emotiva ma intellettuale e dunque invece di essere accompagnato vuol provare a fare da solo i suoi salti mortali malerbiani o almeno le capriole sul letto d’infanzia?”. La questione così posta è nitidissima e io – evidentemente – avevo, se mi passate l’eufemismo, qualche cecità.

Questo episodio (cui seguirono la visione di buona parte della filmografia kaufmaniana e nolaniana (e devo dire che mi par di stare più con Kaufman che con Nolan, e consiglierei a chiunque di guardare Synecdoche, New York: ma sarà questione di gusti) avvenne più o meno nelle settimane in cui mi arrivò la proposta di rimontaggio da parte di Edoardo Zambelli. Il quale, evidentemente, certe cose le ha nel sangue. Mah. Forse è un fatto di generazione: io son vecchietto, oramai. O forse sono semplicemente tardo. Comunque, con tutta la mia tarditudie, ci sono arrivato.

Dunque, a questo punto: Greta + Zambelli + Chiara Valerio + Charlie Kaufman: all’inizio di giugno 2020 sono una specie di molla tirata al massimo. E scrivo, riscrivo, monto, rimonto, contemplo la mia personale Tavola di Mendeleev. Finché la pandemia regredisce (illusoriamente: lo sappiamo oggi), sono possibili riavvicinamenti e ricongiungimenti.

Ho una scadenza al 30 luglio. Voglio rispettarla.

* * *

Dunque, visualizzate: il primo giugno 2020 avevo queste circa trecentomila battute di roba, assemblata secondo le esigenze della mia Tavola di Mendeleev; ma non era certo roba finita. Tutto andava riscritto. E non era certo roba ben connessa. Tutto andava connesso. La Tavola di Mendeleev era nella mia testa, dovevo renderla percepibile a chi, in futuro, avrebbe letto.

Per prima cosa riscrissi, portando tutto alla terza persona. Alcuni episodi erano nati in terza, ed erano poi stati trasportati in prima, ovviamente con cambiamenti vari. Non potevo quindi semplicemente ripescare le originarie versioni in terza: dovevo riscrivere. Riscrissi. Dovetti entrare in contatto con parole, con frasi, con espisodi scritti quindici, diciotto, venti, ventitré anni prima. Avevo sempre la sensazione, che mi sbalordiva, di non essere mai uscito da quell’immaginario lì. Né da quella lingua lì (da quella lingua: benché, a dire il vero, di capitolo in capitolo si alternino diversi modi di scrittura: ipotattico, paratattico, brachilogico, con narratore assente, con narratore presente, con narratore presente e partecipe, eccetera: uno dei miei desideri era, è, che chi legge a un certo punto si domandi: “Ma chi è, che mi sta raccontando questa storia?”).

Poi cominciai a spostare capitoli, per capire bene dove stavano meglio. Il mio scopo era: produrre una tensione. La tensione non viene dai fatti raccontati, ma dal modo in cui li si racconta – soprattutto dall’ordine in cui li si racconta. Gli spostamenti, ovviamente, potevano comportare parziali riscritture. Poi mi applicai ai vuoti da riempire.

Scommisi che in tutto ciò che avevo scritto nel corso degli anni, anche senza minimamente pensare al romanzo, avrei trovato qualcosa di buono. Ripescai vecchi testi. Alcuni, effettivamente, sembravano nati per occupare certi spazi vuoti, magari con piccoli adattamenti. Per principio, comunque, quasi sempre riscrissi: anche se riscrivere significava a volte semplicemente ricopiare, riscrissi. A un certo punto mi resi conto che se ciascun capitolo aveva un titolo del tipo La storia di X, seguito da un numero (1, 2, 3, ec.), potevo anche mettere i capitoli in una sequenza non corrispondente ai numeri. Insomma, nulla impediva che La storia del Gas, 6 precedesse La storia del Gas, 5 e fosse pressoché immediatamente seguito da La storia del Gas,1. Mi rendevo conto che nella narrazione il tempo non funzionava. Le date non funzionavano in nessun modo. Un effetto di vent’anni di rimaneggiamenti ed esitazioni? In parte sì. Decisi che la cosa mi stava bene. “Ho un personaggio che ha la memoria labile”, mi dissi, “non ricorda bene cosa è stato prima di cosa”. Il punto è che, alla fin fine, è il narratore che non sa bene cosa sia stato prima di cosa. Mi rendevo conto che disponevo di narrazioni alternative di certi eventi. In qualche caso tenni tutto. Cominciò ad affacciarsi questa idea: a creare incertezza non era il “punto di vista” del personaggio principale, Mario; era la realtà stessa a essere incerta, indeterminata, mutevole. Avevo in mente una battuta, letta non so dove, credo riferita ai romanzi o a un romanzo di Thomas Pynchon (cito a memoria): “Qui non abbiamo un personaggio che ha un punto di vista schizofrenico sul reale; qui il reale è schizofrenico”. Ecco, qualcosa del genere.

Nel ripescare vecchi testi – di alcuni dei quali adoperai magari una sola frase, una sola parola – si rafforzava in me di non aver fatto altro, per ventitré anni, che evitar di scrivere questo romanzo; e nel contempo non avevo fatto altro, per ventitré anni, che pensarci e lavorarci. Cominciai a sentirmi molto sicuro. È una cosa che mi succede rarissimamente.

Nel frattempo, Greta leggeva. Non so quante volte ho discusso con lei della struttura del romanzo, o di aspetti strutturali (la sequenza di certi episodi, il peso da dare a certe caselle vuote della Tavola, ec.). E ogni singola pagina è stata da lei letta e riletta, ogni singola pagina è stata discussa.

L’8 luglio spedii a Chiara Valerio un testo ancora dichiaratamente non finito: volevo che sapesse che stavo lavorando, e che avrei rispettato la scadenza – da me stesso fissata – del 30 luglio. Nel frattempo l’attività economica era ripresa, l’attività editoriale anche. Sulla base di quel testo fu preparato il copertinario.

Attorno al 25 luglio il romanzo mi sembrò finito. E allora feci la cosa che non avevo ancora fatto: lo rilessi dal principio. Per due mesi avevo lavorato a pezzi, a blocchi, su singole caselle della Tavola, eccetera; finalmente lo rilessi dal principio alla fine. E mi sembrò che la tensione che avevo tanto desiderata ci fosse: e bella forte.

Il 30 luglio 2020 consegnai.

Poi ci furono delle cose. Alcune amiche e alcuni amici lessero il testo. Dario Voltolini mi segnalò una quantità di piccole sviste e s’impuntò, con ragione, su un certo effetto di anticipazione che a me era parso necessario ed era invece inopportuno. Sandro Campani mi disse che qualcosa secondo lui non funzionava, verso la fine, e sentivo che aveva ragione, ma non sapevo come fare. Valentina Durante mi scrisse alcune cose sulla “voce” e sulla “presenza” (ma qui ci capiamo solo noi due) che mi hanno fatto pensare. Arianna Ulian, Umberto Casadei, Manuela Mazzi mi hanno offerto ulteriori temi di riflessione.

In dirittura d’arrivo, sulle bozze, l’ottimo redattore Claudio Panzavolta mi segnalò, anche lui, qualcosa che non andava dalle parti della fine. Un felice equivoco (esistono anche gli equivoci felici) mi guidò a trovare quella che, per ora – ma ormai il libro è stampato -, mi sembra la soluzione migliore. E con Claudio Laudani, l’autore del quadro Discorso attorno a un sentimento nascente, trovai finamente il modo di far entrare il quadro nel romanzo, o più esattamente il posto giusto in cui farlo entrare: giusto all’inizio, e subito prima dell’ultima pagina.

E così, è fatta. Devo solo aspettare che arrivi il 14 gennaio.

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