De Chirico, Orfeo solitario

“Il Paradiso del Significato è precluso”

di Daniele Giglioli

[Questo articolo di Daniele Giglioli, che ringrazio, è apparso in La lettura, supplemento del Corriere della sera in edicola da ieri. Qui sopra: Orfeo solitario, di Giorgio De Chirico].

«No se capisse cossa ch’i gai», non si capisce cos’hanno, se la ridono Meneghello e il suo amico-maestro Franco, entrambi cospiratori e partigiani, parlando dei filosofi dell’angoscia (Karl Jaspers, Martin Heidegger, forse qualche epigono italiano…). Questa la frase che mi ronza da sempre per la testa quando leggo le opere di Giulio Mozzi. L’assonanza è superficiale: la battuta è detta a Padova, una delle basi operative di Mozzi, il dialetto è veneto, ma tipo umano e personalità stilistica che ci stanno dietro sono diametralmente opposti. Eppure è così. Tanti anni che lo leggo e lo ammiro, la frase è sempre lì. Ma forse d’ora in poi sarà diverso, visto che in Le ripetizioni, primo romanzo dopo alcune memorabili raccolte di racconti, l’autore ci assicura via «Notizia finale» che questa è l’opera della sua vita, «una riepilogazione, un testamento, un addio, vedete voi, forse una profezia». Che sia la volta buona? Che cos’è che ha Mozzi, cosa rode lui e i suoi personaggi, alter ego e no?

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