Giulio Mozzi

“Ho scritto la cronaca del mio immaginario”

di Nicolò Menniti Ippolito

[Questo articololo è apparso nei quotidiani veneti del gruppo Gedi (Mattino di Padova, Tribuna di Treviso, La nuova Venezia, Corriere delle Alpi) martedì 12 gennaio 2021. L’articolo in pdf].

Di anni ce ne sono voluti ventidue, ma alla fine il primo romanzo di Giulio Mozzi è arrivato in libreria. Negli anni Novanta del Novecento lo scrittore padovano è stato uno degli autori italiani più significativi, tanto che proprio un suo racconto chiude il Meridiano dedicato nel 2001 da Enzo Siciliano ai Racconti italiani del Novecento. Dal 2001 Giulio Mozzi ha diradato sempre più la sua attività narrativa, per occuparsi soprattutto dei libri degli altri, finché addirittura due anni fa si era definito un ex scrittore, convinto che il romanzo a cui aveva cominciato a lavorare nel 1998 non avrebbe mai visto la luce. E invece Le ripetizioni (Marsilio, pp 368, 17 euro) sarà da giovedì in libreria.

Mozzi, come mai questo ritorno alla scrittura?

«Non smentisco il sentimento di due anni fa. Mi sentivo in una impasse nella quale non vedevo come avrei potuto muovermi. Poi sono cambiate alcune cose, ci sono state delle persone che mi hanno aiutato e sostenuto e quindi lo scenario è mutato. Alla fine del 2019 ho cominciato a pensare al 2020 come a un anno in cui potevo riprendere molte cose abbandonate da tempo. Avevo la sensazione un po’ di “Giulio Mozzi back in town”».

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“Una inusuale declinazione del concetto di passione”

Il 26 dicembre 2020 Emanuela Canepa, scrittrice, collega nella Bottega di narrazione, e amica, ha pubblicato in Facebook questa nota; che con il suo permesso riporto.

Emanuela CanepaGiulio Mozzi, prima di incontrarlo in carne e ossa, è stato per me come per molti un rilevante satellite orbitante nella costellazione della Repubblica delle Lettere. Se scrivi, o se vuoi scrivere, non puoi evitare prima o poi di imbatterti nel suo nome. Su di lui circolano leggende che dicono tutto e il contrario di tutto, e io per prima ho fatto esperienza diretta di come possa trasformarsi, ritengo suo malgrado, in una creatura proteiforme dell’immaginario. Anni fa l’avevo intravisto in giro, anche perché viviamo nella stessa città, Padova, seguendo alcune lezioni in rete oppure all’interno di qualche evento culturale. Il mio primo contatto diretto però è stato telefonico. Gli mandai il manoscritto de L’animale femmina e lui lo lesse pochissimo tempo prima della finale del premio Calvino. Mi telefonò alla vigilia della cerimonia. Ricordo che ero già a Torino, e che faceva un caldo maledetto. Mi disse diverse cose sul libro, e io, per quel che posso ricordare perché ero piuttosto frastornata dalla consapevolezza di essere in finale, le trovai tutte molto belle. Soprattutto però, e questo mi colpì molto, ricordo di aver pensato che era una persona gentile. Ho una debolezza assoluta per la gentilezza. Una persona gentile da me può ottenere quasi tutto.

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De Chirico, Orfeo solitario

“Il Paradiso del Significato è precluso”

di Daniele Giglioli

[Questo articolo di Daniele Giglioli, che ringrazio, è apparso in La lettura, supplemento del Corriere della sera in edicola da ieri. Qui sopra: Orfeo solitario, di Giorgio De Chirico].

«No se capisse cossa ch’i gai», non si capisce cos’hanno, se la ridono Meneghello e il suo amico-maestro Franco, entrambi cospiratori e partigiani, parlando dei filosofi dell’angoscia (Karl Jaspers, Martin Heidegger, forse qualche epigono italiano…). Questa la frase che mi ronza da sempre per la testa quando leggo le opere di Giulio Mozzi. L’assonanza è superficiale: la battuta è detta a Padova, una delle basi operative di Mozzi, il dialetto è veneto, ma tipo umano e personalità stilistica che ci stanno dietro sono diametralmente opposti. Eppure è così. Tanti anni che lo leggo e lo ammiro, la frase è sempre lì. Ma forse d’ora in poi sarà diverso, visto che in Le ripetizioni, primo romanzo dopo alcune memorabili raccolte di racconti, l’autore ci assicura via «Notizia finale» che questa è l’opera della sua vita, «una riepilogazione, un testamento, un addio, vedete voi, forse una profezia». Che sia la volta buona? Che cos’è che ha Mozzi, cosa rode lui e i suoi personaggi, alter ego e no?

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Johann Heinrich Füssli

“Nessuno è esente da una qualche forma di male profondo”

di Piero Melati

[Questo articolo di Piero Melati, che ringrazio, è apparso ne il Venerdì, supplemento del quotidiano la Repubblica, l’8 gennaio 2021. Qui sopra: Convocazione satanica, di Johann Heinrich Füssli].

Il padovano Giulio Mozzi è lo scrittore dei record. Ha appena esordito nel romanzo a “soli” sessant’anni. E l’ha fatto con 355 pagine costate ventidue anni di lavoro. Un libro infinito (e atteso dagli addetti ai lavori). In gestazione già nel 1998, è stato interrotto nel 2002 e poi nel 2018, infine concluso nella primavera del 2020, «in due mesi trascorsi quasi in sogno». In precedenza Mozzi aveva scritto racconti e poesie, ma mai la “grande opera”. Lo conoscono tutti, tra coloro che bazzicano editoria e festival letterari: ha pubblicato con Mondadori e Einaudi, dal 1993 è stato consulente delle principali case editrici e, a sua memoria, ha reso libri «un paio di centinaia» di manoscritti altrui. È considerato uno degli “editor” migliori. Tanti critici hanno scritto su di lui con fervore. Gli allievi della milanese Bottega di narrazione, che dirige dal 2011, si dicono “mozziani” senza vergognarsi, come iniziati a un culto misterico. Ultimamente ha pubblicato per Sonzogno – con buon successo di vendite – due “manuali oracolari” per aspiranti autori e poeti (uno con Laura Pugno), mutuandone i titoli dall’Oràculo dello spagnolo Baltasar Gracián). Sì, avete capito bene: “oracoli” per letterati principianti. Apri una pagina a caso, nel momento del bisogno creativo, e tutto ti verrà svelato. Una provocazione? Ce ne sarebbero altre, ma qui limitiamoci alla più scabrosa: nel suo «romanzo infinito», dal titolo Le ripetizioni (Marsilio), in libreria dal 14 gennaio, Mozzi ci consegna la scena d’orrore più estrema mai scritta, a memoria di molti, in un testo letterario. Siamo dalle parti dei cosiddetti romans-charogne del gotico infernale di fine Settecento, quello caro a Mario Praz. Un vero pugno nello stomaco, dice chi l’ha sbirciato. «Ho fatto leggere le bozze in anteprima ad alcuni amici» rivela l’interessato. E che ne pensano? «C’è chi non esce da tre giorni e chi non riesce ancora a parlarmi. Speriamo bene» sussurra. Un caso spinosissimo.

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Cronaca di un romanzo, 5

di Giulio Mozzi

A stretto giro Edoardo Zambelli (vedi) rispose. La sua risposta fu semplice. Tu hai dei personaggi che hanno delle storie piuttosto slegate tra loro, mi disse. Prova a dividere il romanzo in parti: una parte con la storia del Gas (di Mario e il Gas), una parte con la storia di Bianca (di Mario e Bianca), una parte con la storia di Santiago (di Mario e Santiago); e poi magari una parte con la storia di tutti gli altri (il Terrorista Internazionale, il Capufficio, il generale Luigi Cadorna, eccetera). Non badare, disse Edoardo, all’ordine cronologico, visto che il tuo personaggio principale, Mario, non fa che tornare sempre sugli stessi errori, visto che vive in una specie di tempo sospeso.
Ascoltai. Eseguii. Stampai tutti gli scartafacci, sparpagliai i fogli sul tavolo della cucina, e comincia a rimescolare. Feci quattro pacchetti di fogli, secondo l’indicazione di Edoardo. Alcuni capitoli dovetti sforbiciarli, perché appartenevano in parte a una e in parte a un’altra storia. Restava fuori, com’era sempre restata fuori, come una cosa a parte, la mezza lettera – che ipoteticamente poteva essere anche indirizzata a Mario, volendo. Misi insieme il tutto, feci dei fogli con i titoli (Storia di Mario e Bianca, Storia di Mario e del Gas, eccetera), e torna in studio a fabbricare un file unico. In cima a ogni capitolo misi un numero progressivo.

Mi fece accorgere Greta, o mi accorsi da me, non mi ricordo più, che in questo modo l’arco narrativo scompariva. O meglio: avrei dovuto costruirne uno per ciascuna parte, per ciascuna storia. Allora feci il passo decisivo: i capitoli con la storia del Gas li titolai Storia del Gas, 1, Storia del Gas, 2, eccetera; quelli di Bianca Storia di Bianca, 1, eccetera. I capitoli in cui c’era Mario da solo si svolgevano tutti in treno (il primo racconto da me scritto in cui il protagonista ideale è Mario, Treni, compreso nel libro Questo è il giardino del 1993, si svolge appunto in treno), e si chiamarono Storia dei viaggi in treno, 1, eccetera. Alcuni capitoli potevano prestarsi a doppie titolazioni: così vennero fuori capitoli come La storia di Bianca, 1 (La storia dei viaggi in treno, 3), e simili.

A quel punto, potevo intrecciare le storie. A voi sembrerà una cosa elementare, anche banale, ma per me fu una vera scoperta. Non so quante volte ho compiuto operazioni simili su romanzi altrui: decine, credo. Tuttavia, lavorare sul proprio romanzo è una cosa completamente diversa. L’ho visto tante volte: ci sono autori lucidissimi su tutto, e sono pochi, e ci sono autori che hanno, per così dire, una lucidità parziale; sono lucidissimi, ma hanno delle zone di cecità. Io per quasi vent’anni non ero stato lucido quasi mai; in quel momento mi sembrò di aver trovato la lucidità.

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Cronaca di un romanzo, 4

di Giulio Mozzi

Giulio Mozzi, Le ripetizioni, Marsilio EditoriNel 2018 Greta Bertella mi chiede insistentemente di leggere gli scartafacci. “Insistentemente” è un delicato eufemismo. Resisto, resisto, e finalmente cedo. Lei legge, annota, e poi mi dice quattro cose: che il primo scartafaccio, quello che si chiama Introduzione ai comportamenti vili, è più “romanzo” del secondo; che un arco narrativo c’è, ed è legato al personaggio di Santiago; che la scelta della prima persona, da me fatta nel secondo scartafaccio, “Discorso attorno a un sentimento nascente”, le sembra sbagliata; che il capitolo che comincia con “Scrivo questo romanzo perché ho bisogno di soldi” le pare brutto e basta.

Io ascolto. Ascolto, e non faccio niente. Finché, in settembre, mi succede di sedermi e scrivere qualcosa. Per la precisione, 33.376 battute. Tutte filate, in un pomeriggio. Mi pare di averlo scritto più volte, lungo questa cronaca, “mi sono seduto e ho scritto”; il fatto è che funziona proprio così. Quando la “cosa” si forma nella mia testa, e direi in tutto il mio corpo, arriva il momento in cui semplicemente mi siedo e scrivo. Poi non è che sia “buona la prima”, per carità. Spesso torno sul testo a distanza di pochi giorni o poche ore, lo riprendo dal principio e lo amplio. A togliere ci penso casomai dopo, a distanza di tempo. Insomma: quel giorno ho scritto 33.376 battute. Ho raccontato una storia che conosco bene, e che ho anche spesso raccontata a voce, quindi non avevo precisamente un problema d’invenzione; ma quando ho finito di scrivere e mi sono alzato dalla sedia – era ormai buio, mi par di ricordare, e avevo una fame da lupo – ho pensato che era successo qualcosa.
Ho pensato, a dirla tutta: “Sono ancora capace”. Sono ancora capace, per esempio di prendere una materia narrativa di quelle che, anche a guardarle bene, promettono pochissimo, e di cavarne fuori 33.376 battute, più o meno quindici-sedici pagine di libro stampato. E sono ancora capace di nominare questo benedetto personaggio, Mario, e di rappresentarlo. Erano quasi vent’anni che non scrivevo una sola riga in cui lui comparisse come soggetto grammaticale. Eppure Mario era lì. E io ero in grado di scriverne.

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