Diario di scrittura

di Giulio Mozzi

[Questo articolo è apparso in Tuttolibri, supplemento del quotidiano La Stampa, nella rubrica Diario di scrittura, sabato 16 gennaio 2021. L’articolo in pdf].

Immaginate di avere una visione. Capita a tutti, suppongo. La maggior parte delle visioni che abbiamo si disperdono alla svelta; qualcuna resta. Immaginate dunque di avere una visione, che resti, e che vi faccia orrore. Vi fa orrore due volte: perché la cosa che c’è dentro vi fa orrore, e perché vi fa orrore pensare che voi, proprio voi, avete avuta quella visione lì.
Non vi dirò qui di quale visione si tratta: perché i finali, mi si dice, non si svelano.

Claudio Laudani, Discorso attorno a un sentimento nascente

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Immaginate poi di avere un amico pittore e di andare a trovarlo ogni tanto, nel bilocale dove vive, e di ogni tanto sedervi a guardarlo dipingere. L’amico potrebbe chiamarsi Claudio Laudani, per esempio, ed essere un vero pittore: forse non un grande pittore, ma sicuramente un vero pittore. E immaginate – fate ancora uno sforzo, vi prego – che un giorno l’amico, lavorando su una tavola di compensato con la tecnica del dripping, ovvero dello sgocciolamento, riesca – e voi non capirete mai come: «Con l’aiuto del caso», dice lui, ma non è possibile che il caso gli regali sistematicamente dei quadri così belli – a far uscire da un fondo scurissimo, quasi nero, una figura luminosa, dorata, aranciata: una figura che nasce, una specie di Venere del Botticelli, un qualcosa a metà tra un feto e un corpo di invalido, una figura piena di una sua stranissima e deforme ma vivissima vita.

E immaginate infine – questa è l’ultima immaginazione che vi chiedo, poi basta – di passare vent’anni della vostra vita a cercar di connettere la vostra visione, quella che vi fa tanto orrore, e la visione dell’amico. Entrambe sono vive in voi, una generata da voi, una da voi per così dire riconosciuta e accettata mentre l’amico la dipingeva.

Ecco, se avete immaginato fin qui, possiamo capirci. Perché a me è capitato proprio questo. E la verità è che per la maggior parte di questi venti anni – anzi, a fare il conto giusto, ventitré – non mi è stato chiarissimo che si trattava di connettere, di congiungere, di sovrapporre quelle due visioni. Avevo pensato, all’inizio, di raccontare una storia di degradazione, di sprofondamento nella viltà – come se si trattasse di mettere di nuovo in scena il Dorian Gray, ma esibendo ininterrottamente la storia del quadro che imputridisce, non quella del bel giovinetto che sembra poter restare eternamente tale. Avevo cercato una scrittura che a sua volta si degradasse, imputridisse. E dopo un po’ mi ero fermato.

Avevo dei personaggi. Un uomo, Mario, senz’altra qualità che quella di sentirsi vivo solo nell’obbedienza. Un giovanotto, Santiago, che lo domina, perché si sente vivo solo quando domina. Una donna, Viola, che Mario, a quanto pare, anche sposerebbe: non che la ami, ma lei lo rassicura. Un’altra donna, Bianca, che si fa viva dopo anni, madre di una figlia che forse è figlia di Mario, e che su Mario esercita anche lei, benché involontariamente, benché cerchi di rifiutare la cosa, un dominio. Tutti questi personaggi uscivano dalla prima visione: non ne erano la conseguenza, no, erano le premesse che la originavano. Avevo bisogno delle loro storie per arrivare a quella visione lì, per trovare il coraggio di farla vedere.
Ma non ne venivo a capo. Provai allora a concentrarmi sulla seconda visione, quella apparsa nel quadro. Cancellai Santiago, che mi spaventava. Scrissi con molto entusiasmo per qualche mese. Mi apparvero nuove storie, nuovi personaggi. Dalla finestra del monolocale dell’amico pittore, ribattezzato Gas, ovvero Grande Artista Sconosciuto, Mario vide passare in strada il Terrorista Internazionale. Dopo di lui apparve il Capufficio, l’esempio di uomo giusto, del quale Mario avrebbe potuto fare il proprio maestro. Attraverso una sua parente apparve il Martellatore di Monaci. Quante vite! Tutte straordinarie! Tutte sfioravano la vita di Mario – che restava amorfa e abulica. Ma non sapevo dove stavo andando.

O forse lo sapevo perché nel frattempo, senza pensare che facessero parte del romanzo, andavo scrivendo certe cose che non si capiva bene cosa fossero. Le scrivevo su commissione, e scrivere su commissione mi piaceva, perché mi pareva così di non essere costretto a stare sempre, come sto sempre, in mia compagnia. Erano cose strane, a volte cose in versi, a volte piccoli teatri, a volte cose che pubblicavo non a nome mio.

Siete capaci di immaginare – ho mentito: ve ne chiedo un’altra, di immaginazione – uno stallo che dura quindici anni? Uno stallo apparente, ovvero quindici anni nel corso dei quali il pover’uomo sembra non fare nulla, e invece non fa che lottare con tutte le sue forze contro l’opera che gli viene incontro: per respingerla, per evitarla, per farne a meno, per ignorarla? Ecco, questo. Finché Greta Bertella, che mi ama, ha insistito per leggere, ha insistito tanto, e alla fine ho ceduto.

«Ma non lo vedi che c’è, l’arco narrativo?»
«Dici?»
«È la storia di Santiago.»
«Quella che ho tolto.»

Non ricominciai subito a scrivere. Esitai. Finché un giorno mi sedetti, e scrissi la storia di Mario che grazie a un ricordo fasullo ritrova tanti altri ricordi veri: e scopre così che la realtà, quella che ha nella sua mente, non funziona. Avevo trovato il tema del romanzo. Nell’autunno del 2019, mentre guardavo compulsivamente tutto BoJack Horseman, comparvero altri capitoli. Edoardo Zambelli, uno scrittore amico – lo scrittore più sottovalutato d’Italia, prendete nota – mi diede un suggerimento per il montaggio. Lo stravolsi, e mi trovai a contemplare una Tavola di Mendeleev. Vedevo i vuoti della storia, dovevo riempirli. Chiara Valerio, editor di Marsilio, mi chiese di leggere. Ai primi di marzo 2020 mi disse: «Se ce la fai, usciamo a gennaio 2021». In piena reclusione, con Greta a 320 chilometri di distanza – ma poi, a luglio, insieme – che leggeva, restituiva, rileggeva, suggeriva, io scrissi, riscrissi, ricuperai testi antichi che spontaneamente s’incastravano, riscrissi ancora. Le due visioni precipitarono l’una nell’altra, si sovrapposero. Vidi che si ripetevano. Il 30 luglio consegnai. Ero libero.

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