“Una inusuale declinazione del concetto di passione”

Il 26 dicembre 2020 Emanuela Canepa, scrittrice, collega nella Bottega di narrazione, e amica, ha pubblicato in Facebook questa nota; che con il suo permesso riporto.

Emanuela CanepaGiulio Mozzi, prima di incontrarlo in carne e ossa, è stato per me come per molti un rilevante satellite orbitante nella costellazione della Repubblica delle Lettere. Se scrivi, o se vuoi scrivere, non puoi evitare prima o poi di imbatterti nel suo nome. Su di lui circolano leggende che dicono tutto e il contrario di tutto, e io per prima ho fatto esperienza diretta di come possa trasformarsi, ritengo suo malgrado, in una creatura proteiforme dell’immaginario. Anni fa l’avevo intravisto in giro, anche perché viviamo nella stessa città, Padova, seguendo alcune lezioni in rete oppure all’interno di qualche evento culturale. Il mio primo contatto diretto però è stato telefonico. Gli mandai il manoscritto de L’animale femmina e lui lo lesse pochissimo tempo prima della finale del premio Calvino. Mi telefonò alla vigilia della cerimonia. Ricordo che ero già a Torino, e che faceva un caldo maledetto. Mi disse diverse cose sul libro, e io, per quel che posso ricordare perché ero piuttosto frastornata dalla consapevolezza di essere in finale, le trovai tutte molto belle. Soprattutto però, e questo mi colpì molto, ricordo di aver pensato che era una persona gentile. Ho una debolezza assoluta per la gentilezza. Una persona gentile da me può ottenere quasi tutto.

Ma qualche mese dopo mi invitarono a RicercaBo, un laboratorio di nuove scritture che si tiene tutti gli anni a Bologna, a cui vengono invitati una quindicina di esordienti che leggono una piccola parte del loro lavoro e ascoltano il giudizio degli studiosi presenti. Giulio ha partecipato molto spesso, e c’erano buoni motivi per pensare che ci sarebbe stato anche quell’anno. Prima che cominciasse l’incontro, seduta con gli altri esordienti intorno al tavolo di un bar – più della metà di loro era stata finalista con me alla trentesima edizione del Calvino – li ascoltavo parlare piuttosto vividamente del terrore di un eventuale intervento di Mozzi. Su Youtube c’erano diverse testimonianze di suoi interventi passati, che a riguardarle ora non capisco proprio perché dovessero intimorire. Erano interventi precisi, puntuali, in qualche caso severi, ma del resto se hai paura di certe cose tanto vale che tu non vada a RicercaBo. Se ci vai, è per imparare qualcosa di utile per la tua scrittura e migliorare. Io di lui avevo fatto tutt’altra esperienza, però in quella circostanza i presenti sembravano così convinti che mi feci trascinare dall’emozione collettiva. Cominciai ad aver paura anch’io. Intorno a Giulio aleggiava quel genere di malìa fatta della stessa materia di cui sono fatte le leggende. E come spesso accade, l’elemento epico non coincideva e anzi spesso confliggeva apertamente con la realtà, perfino quella che chiunque avrebbe potuto verificare su Youtube, oltreché alla personale esperienza che avevo fatto di lui. Giulio era il Kaiser Soze della narrativa italiana. Alla fine, oltretutto, non venne e mancò quindi davvero ogni chance di integrare epica e realtà.

Nei mesi successivi sono successe tante cose, e da poco più di due anni lavoro anch’io con lui alla Bottega di Narrazione, insieme a Claudia, Massimo, Fiammetta, Giovanni, Valentina, Giorgia, Simone e Gabriele. A questo punto posso ben dire che i miei riscontri empirici su Giulio Mozzi superano di gran lunga quelli legati alla sua fama pubblica.

Il 14 gennaio uscirà il suo primo romanzo per Marsilio, dopo una lunga carriera onorata come autore di racconti, saggi, poesie. Si chiama Le Ripetizioni, e la ragione per cui sono particolarmente felice che esca dopo una lunghissima gestazione è che c’è qualcosa in Giulio – qualcosa che ancora non capisco bene perché non è una persona che si presti a una facile decodifica – che mette in atto una inusuale declinazione del concetto di passione. Giulio è, credo, la persona meno condizionata dall’ego che conosca. È pressoché impossibile offenderlo. Qualsiasi cosa tu gli dica, prevale sempre in lui la curiosità dei contenuti, o il desiderio di portare a termine il confronto. E questa attitudine nella scrittura – al netto del talento che non avete certo bisogno che vi confermi io – costituisce un enorme vantaggio. L’ego è il più grande alleato – non si scrive senza il sincero desiderio di essere visti – e il più pericoloso avversario – niente è più deleterio del farne un uso strumentale, un gioco di prestigio, quel cascame che ti spinge a scrivere con il fine di manipolare il desiderio, l’attenzione, l’amore, o il rispetto altrui, mettendo cioè il tuo talento non a servizio della legittima ambizione ad essere visto, ma piuttosto allo scopo di distogliere lo sguardo del lettore da ciò di cui ti vergogni. Tra gli scrittori che ho avuto la fortuna di conoscere anche di persona, Giulio Mozzi è uno di quelli che realizza nel modo più incisivo una cosa molto preziosa che Foster Wallace diceva sull’argomento. Il testo dovrebbe avere “qualcosa a che fare con l’amore. Con la disciplina che ti permette di far parlare di te la parte che ama, invece di quella che vuole soltanto essere amata”.

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