“Nessuno è esente da una qualche forma di male profondo”

di Piero Melati

[Questo articolo di Piero Melati, che ringrazio, è apparso ne il Venerdì, supplemento del quotidiano la Repubblica, l’8 gennaio 2021. Qui sopra: Convocazione satanica, di Johann Heinrich Füssli].

Il padovano Giulio Mozzi è lo scrittore dei record. Ha appena esordito nel romanzo a “soli” sessant’anni. E l’ha fatto con 355 pagine costate ventidue anni di lavoro. Un libro infinito (e atteso dagli addetti ai lavori). In gestazione già nel 1998, è stato interrotto nel 2002 e poi nel 2018, infine concluso nella primavera del 2020, «in due mesi trascorsi quasi in sogno». In precedenza Mozzi aveva scritto racconti e poesie, ma mai la “grande opera”. Lo conoscono tutti, tra coloro che bazzicano editoria e festival letterari: ha pubblicato con Mondadori e Einaudi, dal 1993 è stato consulente delle principali case editrici e, a sua memoria, ha reso libri «un paio di centinaia» di manoscritti altrui. È considerato uno degli “editor” migliori. Tanti critici hanno scritto su di lui con fervore. Gli allievi della milanese Bottega di narrazione, che dirige dal 2011, si dicono “mozziani” senza vergognarsi, come iniziati a un culto misterico. Ultimamente ha pubblicato per Sonzogno – con buon successo di vendite – due “manuali oracolari” per aspiranti autori e poeti (uno con Laura Pugno), mutuandone i titoli dall’Oràculo dello spagnolo Baltasar Gracián). Sì, avete capito bene: “oracoli” per letterati principianti. Apri una pagina a caso, nel momento del bisogno creativo, e tutto ti verrà svelato. Una provocazione? Ce ne sarebbero altre, ma qui limitiamoci alla più scabrosa: nel suo «romanzo infinito», dal titolo Le ripetizioni (Marsilio), in libreria dal 14 gennaio, Mozzi ci consegna la scena d’orrore più estrema mai scritta, a memoria di molti, in un testo letterario. Siamo dalle parti dei cosiddetti romans-charogne del gotico infernale di fine Settecento, quello caro a Mario Praz. Un vero pugno nello stomaco, dice chi l’ha sbirciato. «Ho fatto leggere le bozze in anteprima ad alcuni amici» rivela l’interessato. E che ne pensano? «C’è chi non esce da tre giorni e chi non riesce ancora a parlarmi. Speriamo bene» sussurra. Un caso spinosissimo.

Il Mozzi ha un precedente, è recidivo. Nel 1998 la raccolta Il male naturale (Mondadori, scomparso dalle librerie, divenuto di culto, poi ristampato) gli valse una interpellanza parlamentare da parte della Lega, per una scena di “amor so-cratico”. Marco Revelli lo difese: «Tutto appare in chiave oggettuale, quasi clinica» scrisse. Per chi volesse ricapitolarne i trascorsi, l’editrice milanese Laurana (presso la quale Mozzi dirige la collana di nuova narrativa fremen) ha appena pubblicato l’antologia Un mucchio di bugie. Racconti scelti 1993-2017. Una sorta di Greatest hits con postfazione di Gilda Policastro che, per inquadrare Mozzi, deve risalire a Federigo Tozzi o allo Svevo più visionario, trovando scarse pietre di paragone nella contemporaneità.

A un certo punto Mozzi si era presentato in Mondadori, con un primo “scartafaccio” di 120 cartelle. Gli dissero: «Un libro con tale qualità di violenza non oseremmo mai pubblicarlo». «Hanno fatto benissimo» ammette lui oggi. «Ero fuori strada. Forse mi stavo facendo del male e stavo facendo qualcosa che davvero avrebbe potuto fare del male. Mi sono posto la questione della responsabilità. Voglio evitare qualsiasi compiacimento». Tuttavia, è tornato sulla scena del delitto. Anche se, stavolta, come vedremo, per alterarla completamente. Mozzi, per così dire, si mette costantemente “fuori concorso”. Ha detto spesso «non sono scrittore» oppure «ho finito di scrivere». Un mucchio di bugie, appunto. Al tempo degli autori “pulp”, i cosiddetti “cannibali” dell’antologia einaudiana, venne definito – in altenativa – uno “scrittore bianco”, addirittura con ascendenze bibliche. Allora replicò: «Il vostro non è vero sangue ma succo di pomodoro». Oggi spiega: «Quello dei cosiddetti “cannibali” fu un tentativo di letteratura di secondo grado. Non c’era la realtà dell’esperienza trasposta in scrittura ma un continuo riferimento alle funzioni propinate da altri media».

Mozzi, invece, era ossessionato dal tema della perdita, della memoria “non affidabile” e motrice d’impostura, dal fascino eccessivo della finzione. «Ne sono ancora spaventato. Io, per esempio, ho il talento di farmi credere. Niente di più bello che raccontare una storia a chi ti ascolta e incantarlo.Ti regala una sensazione di potere. Ma è molto pericoloso». La lingua scritta: Manzoni, Machiavelli, Dante, la Bibbia. Il ritorno ai fondamentali, ritiene Mozzi, sarebbe utile a sbrogliare l’eterno paradigma che sottende alla letteratura: l’oscillare tra peccato e redenzione. «Bisogna sottrarsene e dirsi che il male è naturale, c’è e non ha a che fare con la colpa» ha scritto a presentazione dell’antologia di Laurana.

Come misurarsi, allora, con il male radicale senza sempre delegarne il fascicolo ai tribunali, fossero giudiziari, della ragione, della morale o persino divini? «Il mio tentativo di rappresentare il diavolo è qualcosa che si deve affrontare», questo pensa. Per comprendere l’universalità della posta in gioco, potremmo dire di Mozzi quel che T.S.Eliot disse di Poe: «Egli soggiacque alle stesse cause di distruzione che minacciano noi». Poiché nessuno, seppure in forme diverse (lo sciasciano A ciascuno il suo) è esente da una qualche forma di male profondo. E dovrebbe accettare il fatidico duello, senza trastullarsi con i demoni. Cosi Mozzi, per evocare la decisiva tenzone, ha fatto del male un personaggio “esterno”, un terzo protagonista tra vittima e carnefice, un “infernale Quinlan” da epoca del deep web. Con una indiretta pietra di paragone: nientemeno che il generale Luigi Cadorna, la cui biografia viene affrescata in una minuziosa digressione.

Infine, ha sfornato un finale doppio, da dritto e rovescio, in cui il rovescio è insopportabile: non ci sono patti faustiani da stipulare con questo Mefistofele 2.0; se appena gli cedi, alla fine sarai schiavo del suo inferno. Non aprite quella porta. Mozzi l’ha aperta. L’autore spiega: «Nei due finali alternativi può finire in un modo o in un altro, a scelta. Da un lato appare agli occhi del protagonista una sorta di figura messianica; dall’altro lo stesso protagonista si dona completamente al diavolo. Il male come rovesciamento del bene. Lo stesso uomo vede una possibilità di salvezza nel sentimento amoroso risorgente oppure piomba nel meccanismo differente, che ho descritto come una scena meccanica, quasi ginnica, immotivata. Di fronte al protagonista ci sono queste due possibilità. Non si capisce se la scena, nel mondo del romanzo, sia reale o meno. Quel che si capisce è che si deve scegliere. E c’è una voce finale che dice: “Adesso, basta”. Vuole dire: le scelte sono queste».

Il pdf dell’articolo.

2 thoughts on ““Nessuno è esente da una qualche forma di male profondo”

  1. Pingback: Non prenderla come una critica – Le ripetizioni di Giulio Mozzi | ILDA, I LIBRI DEGLI ALTRI

  2. NON SONO D’ACCORDO con il titolo “Nessuno è esente da una qualche forma di male profondo”. ESCLUDO, per esempio, di poter mai arrivare a compiere sevizie quali quelle descritte nel capitolo “La storia di Santiago 2” o atrocità quali quelle descritte nel capitolo “La storia della bambina”. Penso, al contrario, che se la maggior parte della gente non fosse esente da certi disturbi psicotici, allora sì che sarebbe la fine dell’umanità. La mia parola contro quella di Piero Melati.
    P.S. Lo so, lo so che la rappresentazione del male nei romanzi è metaforica e che bla bla bla bla…

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